Se è vero che un blog è un diario, chi più degli studenti ne utilizza uno? Blogstudenti nasce per dare agli studenti di ogni età una piattaforma comune, condivisa e condivisibile di discussione e confronto su tutti i temi che riguardano l'istruzione e la formazione. Continua..

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Studenti sentite qua?

di matteo · pubblicato il 21 Mar 2009
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Nell’ipotesi che lo studente lavoratore debba sostenere due esami nella stessa giornata è riconosciuta al dipendente la possibilità di chiedere, nell’ambito delle 150 ore per il diritto allo studio, la fruizione delle giornate di permesso spettanti per ciascun esame anche in forma cumulativa, in modo che lo studente lavoratore non venga impiegato in servizio negli otto giorni lavorativi precedenti gli esami. Sempre al fine di agevolare la crescita culturale del lavoratore, è riconosciuto l’utilizzo dei permessi studio per la partecipazione a tutti gli impegni che il corso di studio comporta, in particolare per gli adempimenti amministrativi connessi all’iscrizione ed alla frequenza al corso di studio purchè venga debitamente comprovata dall’interessato l’assoluta necessità di assolvere a detti impegni durante l’orario di servizio. Analogamente è riconosciuta la possibilità di fruire in un’unica soluzione delle 150 ore, fermo restando l’onere di documentare le esigenze a base della richiesta. La possibilità di fruizione cumulativa delle 150 ore è concessa anche per la redazione della tesi di laurea, mediante attestazione dell’avvenuta discussione finale. Le 150 ore coprono, altresì, i tempi di viaggio, previa idonea documentazione o autocertificazione del richiedente.

Che ne dite?

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Un interessante post, edito da TheUniversityBlog.co.uk, ha affrontato l’annoso tema di “come dovrebbe essere intesa l’università dagli studenti?“. Per i meno ferrati con l’inglese, ho pensato di riproporre le argomentazioni che ne emergono.
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Corsi di corteggiamento all’Università

di matteo · pubblicato il 14 Gen 2009
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Lezioni per avere dei flirt con una ragazza e come divertirsi alle feste. La novità arriva dalla Germania, precisamente da Berlino.

Pensate alle ragazze. O ai ragazzi. E lasciate in pace ogni tanto quel computer. Diversamente, niente Master in Information Technology all’Università di Potsdam, vicino a Berlino. Ingegneri che non sanno corteggiare rendono meno, sul lungo periodo, di quelli con una vita a 360 gradi, non solo Rete e tecnologie. È in un certo senso il tramonto del Nord, tutto computer e problemi di socializzazione.

L’università di Potsdam ha deciso di introdurre nel programma per il Master dedicato a Ingegneri IT una serie di materie che non si possono studiare e approfondire sul Web, ma solo sul campo. Corteggiamento, “flirting” come materia obbligatoria. L’insegnamento per i 440 studenti, uomini e donne, consiste in corsi di scrittura di messaggi amorosi, online oppure su carta. Comportamento sciolto durante un party. Resistenza alla tentazione di fuggire e tornare davanti al computer quando lei o lui dicono di no: occorre perseverare. Insomma, lezioni per stabilire un rapporto equilibrato con la Rete e il laptop: non sono coperte di Linus.

Il corso va anche oltre la flirting-art: ci saranno insegnamenti di body-language, utili anche solo per raddrizzare la spina dorsale a molti Nerd, di stress-management e verranno impartite lezioni di tecnica del linguaggio in pubblico. «Vogliamo preparare i nostri studenti con le competenze sociali che servono per avere successo sia nella vita privata sia in quella di lavoro», ha detto un portavoce dell’Università all’agenzia Reuters. Per molti studenti – è il sottinteso – si tratta di capire che non a tutte le ragazze interessa necessariamente discutere di quanto sia larga la banda.

Fonte: Corriere della sera on line

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L’università è ad un bivio

di matteo · pubblicato il 09 Gen 2009
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L’approvazione del pacchetto di riforma del sistema universitario predisposto dal Ministro Gelmini segna un passaggio positivo. Le misure pongono le basi per la modernizzazione del sistema di finanza pubblica universitaria, modificandone le regole.

Il finanziamento agli atenei viene svincolato dall’inerzia della spesa storica e del numero di studenti/docenti. S’introducono due principi importanti: la regola meritocratica secondo cui una quota, relativamente elevata e crescente nel tempo, dei trasferimenti statali sarà assegnata sulla base della qualità dei processi formativi e della produzione scientifica e una regola di rigore finanziario, che impedirà di procedere a nuove assunzioni agli atenei che superino il tetto massimo del 90% del finanziamento per le assunzioni del personale di ruolo.

S’interviene sui due snodi del finanziamento e dei costi del personale, iniziando a rendere stringenti vincoli di bilancio rimasti “soffici” per troppo tempo. Attorno al binomio responsabilità e merito s’introducono incentivi che potranno indurre le università a ricomporre la propria offerta formativa, a differenziarsi tra loro e a definire in termini rinnovati la suddivisione delle competenze tra consigli d’amministrazione e senati accademici, con la responsabilizzazione, non solo finanziaria ma anche strategica e programmatica, degli organi di governo.

Una buona legge, dunque, che merita di essere sostenuta e su cui potranno innestarsi nuovi interventi. E tuttavia l’esperienza della sanità ci dice che solo il rinnovamento degli strumenti amministrativo contabili e una forte determinazione politica protratta nel tempo potranno tradurne in pratica i principi ispiratori, ponendo davvero fine alla lunga stagione di deresponsabilizzazione di deficit spending e d’interventi ex post a ripiano da parte dello Stato.

Si tratta ora di affidare la realizzazione di principi e di obiettivi a strumenti operativi idonei. Da un lato, utilizzando per la valutazione variabili di outcome adeguate e non proxy distorsive come in passato (la performance di ricerca è stata misurata attraverso il numero dei docenti). Da un altro lato, completando il passaggio da una contabilità sostanzialmente di cassa a una contabilità di competenza, premessa necessaria per predisporre programmi pluriennali a cui ancorare il finanziamento e le valutazioni di performance e di solidità finanziaria ed economica degli atenei. Infine, è tempo di identificare l’organismo deputato a certificare i bilanci degli atenei, rendendoli comparabili e rilevando l’entità e l’evoluzione nel tempo di posizioni debitorie oggi troppo spesso non immediatamente visibili.

La legge potenzia gli interventi per la concessione di borse di studio agli studenti meritevoli e per la realizzazione di alloggi e residenze universitari per i fuori sede. È questa una linea su cui tornare in futuro, per regolare finalmente anche il lato della domanda, sostenendo la mobilità degli studenti e la competizione tra le sedi per attrarli, con ciò superando un universalismo di facciata che in realtà scarica integralmente sulle famiglie i costi dell’istruzione universitaria fuori sede.

S’introducono elementi di trasparenza e di meritocrazia nella gestione del personale docente, legando gli scatti stipendiali alla produzione scientifica e istituendo l’anagrafe nazionale dei professori e dei ricercatori, che conterrà per ciascuno l’elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. Sarà importante che questa previsione non diventi un adempimento burocratico e consenta agevoli confronti attorno a indicatori di benchmark, offrendo agli studenti e alle famiglie uno strumento efficace di controllo del valore di docenti e programmi formativi.
La norma introduce poi una misura temporanea che modifica le regole di composizione delle commissioni e introduce un sistema misto di elezioni e sorteggio per la designazione dei commissari. Al termine della scorsa legislatura, il decreto mille proroghe aveva reintrodotto la regola della doppia idoneità, che facilita il raggiungimento di accordi collusivi.

È con questa regola che, in pochi mesi, sono stati banditi concorsi per 7.000 tra professori e ricercatori. Non era possibile fermare concorsi già avviati e la legge introduce una misura tampone. L’auspicio per il futuro è che l’utopia del concorso perfetto lasci il passo a soluzioni capaci di contemperare i necessari controlli di qualità con la responsabilità degli atenei nella selezione del corpo docente: abbattendo le barriere burocratiche che rendono opache le selezioni, riducendo drasticamente il numero dei raggruppamenti e delle corporazioni disciplinari (370, un numero senza uguali al mondo).

Che ne dite?

Fonte: Il Tempo

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L’istruzione universitaria si trova in momento caldo, di cambiamenti e riforme. La confusione regna e le proteste rallentano chi vuole veramente studiare, ma la svolta è ancora lontana.
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Un’indagine Eurostudent ha messo in luce come Il 72,6% degli studenti universitari abita in famiglia durante i mesi di studio.
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La Gelmini salverà la scuola

di matteo · pubblicato il 03 Nov 2008
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Cari studenti e cari professori, la riforma Gelmini sarà difficile da digerire, ma sembra avere i giusti principi per modificare gli scarsi equilibri e i grossi problemi che da decenni attanagliano la scuola.

Le proteste di questi giorni hanno mobilitato una parte politica e i baroni, che fanno guadagnare tutta la propria famiglia all’interno della scuola o veramente questi tagli creeranno problemi?

L’insegnante italiano medio, che non si aggiorna e che è seduto sul suo sapere delle scuole, che ha frequentato, si sente male quando sa di dover aggiornarsi, in modo serio e non come ha fatto fino ad oggi.

Perché molti insegnanti non vogliono muoversi e andare ad insegnare in più scuole e imparare ad usare il computer? Oggi molti non lo sanno fare e questi pretendono ancora di insegnare.

Anni fa entrarono come insegnanti nelle scuole cani e porci, anche chi non aveva la laurea. Oggi ci sono ancora quegli insegnanti arroganti che vivono del loro potere di essere dietro ad una cattedra, ma non hanno il bagaglio giusto e sufficiente per insegnare. Perché questi non devono essere licenziati come avviene in tutte le aziende private?

Veniamo all’Università. I tagli agli sprechi sono certamente giusti, i soldi che venivano elargiti in precedenza, dove andavano? Perchè l’università non fa buona ricerca? Semplicemente perchè i ricercatori hanno modi sbagliati di lavorare e i soldi a chi fa cattiva ricerca vanno tolti!

Voi che siete insegnati, ricercatori e studenti smentite queste considerazioni.

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Padova: un contributo alla cultura

di matteo · pubblicato il 13 Ott 2008
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Il Comune di Padova ha istituito un contributo Ici, attraverso un bando, per i proprietari di immobili, che hanno stipulato contratti di locazione con studenti fuori sede, iscritti all’Università di Padova. (Continua a leggere… )

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L’università e la città

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 10 Lug 2008
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Giorgio Soffiato

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L’ennesima dipartita di un amico verso Milano, destinazione grande azienda, mi ha fatto pensare. Qual’è il legame tra un’ateneo e la città che lo ospita? E’ normale una certa mobilià soprattutto per quelle professioni (nel caso specifico il marketing) che vedono come capoluogo Milano, quello che però mi chiedo è se il territorio può permettersi di perdere con tale leggiadria lavoratori qualificati. Penso ai molti master di qualità dell’università di Venezia (o tenuti a Venezia) che spesso offrono placement a Milano ed è la stessa università ad ospitare offerte di stage al di fuori del Veneto. Cosi facendo non stiamo “cedendo” risorse importanti ad altri territori? Non stiamo consolidando una provincialità ormai endemica a favore della professionalità milanese? E’ giusto cosi?

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LAVORARE (prima di tutto su di se’)

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 30 Giu 2008
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Giorgio Soffiato

In ogni momento di transizione ci sono sempre degli assestamenti, dei cambiamenti da fare per evolvere verso il nuovo
stato.

Un economista parlerebbe di costi di adattamento, un biologo di “salto evolutivo”… più semplicemente si tratta di

momenti stressanti - dove sai quello che lasci (la calma rassicurante dell’aula universitaria e del lavoretto di gruppo) ma non quello che puoi trovare (le dinamiche aziendali, sul piano umano prima che tecnico-professionale).
In questo contesto, più che i 30 e lode all’esame contano molto le esperienze extra-accademiche: quelle dove, senza un manuale o un modello da seguire, hai provato a risolvere un vettore di problemi.
Sicuramente creandone altri, sbagliando nel tentativo di applicare il modello teorico alla situazione pratica e
contingente.

Per questi motivi mi vien da sorridere quando sento o leggo di “azienda” in modo indiscriminato. Di “mondo del lavoro”, o altre generalizzazioni che, in quanto tali, semplificano eccessivamente il reale.
Credo maggiormente, semplificando in modo brutale, nello sforzo di adattamento alle nuove condizioni ambientali e sociali.
Potrà sembrare banale, ma troppo spesso usciamo dall’università con aspettative preconfezionate - se non “pompate” dai professori stessi, o dal master post-laurea specialistica - che si scontrano con la durezza del reale.
Se pensiamo invece alle storie imprenditoriali - e quindi umane - di maggior successo, partono sempre da persone semplici.
Persone che, con la massima umiltà, hanno saputo imparare dalle difficoltà ambientali e - con una voglia di emancipazione
che molti di noi hanno perso, perchè non più necessaria visto il benessere economico raggiunto dalla famiglia media - pensare
a cosa potevano fare per migliorare le proprie condizioni. Soggetti attivi, silenziosi e con un progetto emergente da
portare a termine.

Senza parlare di missione o visione - fa quasi mistico - direi con un forte senso di responsabilità.

C’è ancora voglia di cambiare le cose? Oltre alla busta paga, si lavora anche per qualcos’altro che non sia l’immediata
gratificazione economica
? Parlo di passione, di irrequietezza, di insoddisfazione come motore del cambiamento.
Ma anche, e soprattutto, di umiltà e understatement. Forse qui c’è del lavoro da fare.

Samuel Mazzolin per Blogstudenti

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