Se è vero che un blog è un diario, chi più degli studenti ne utilizza uno? Blogstudenti nasce per dare agli studenti di ogni età una piattaforma comune, condivisa e condivisibile di discussione e confronto su tutti i temi che riguardano l'istruzione e la formazione. Continua..

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Un interessante post, edito da TheUniversityBlog.co.uk, ha affrontato l’annoso tema di “come dovrebbe essere intesa l’università dagli studenti?“. Per i meno ferrati con l’inglese, ho pensato di riproporre le argomentazioni che ne emergono.
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Parliamo di Collegamentoneutro, il famoso portale online di consulenza di carriera, dedicato ai neolaureati e giovani manager. Il sito offre grandi metodi, opportunità e tecniche per la carriera di coloro che si affacciano al mondo del lavoro o di chi ha bisogno di dritte fondamentali.
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L’università e la città

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 10 Lug 2008
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Giorgio Soffiato

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L’ennesima dipartita di un amico verso Milano, destinazione grande azienda, mi ha fatto pensare. Qual’è il legame tra un’ateneo e la città che lo ospita? E’ normale una certa mobilià soprattutto per quelle professioni (nel caso specifico il marketing) che vedono come capoluogo Milano, quello che però mi chiedo è se il territorio può permettersi di perdere con tale leggiadria lavoratori qualificati. Penso ai molti master di qualità dell’università di Venezia (o tenuti a Venezia) che spesso offrono placement a Milano ed è la stessa università ad ospitare offerte di stage al di fuori del Veneto. Cosi facendo non stiamo “cedendo” risorse importanti ad altri territori? Non stiamo consolidando una provincialità ormai endemica a favore della professionalità milanese? E’ giusto cosi?

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Opportuntià di lavoro

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 10 Lug 2008
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Giorgio Soffiato

Via marketingarena segnalo opportunità di lavoro presso Intarget a Pisa

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Grande azienda o piccola azienda?

di Samuel Mazzolin · pubblicato il 08 Lug 2008
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Samuel Mazzolin

Nella piccola impresa in cui lavoro - la classica PMI nordestina - ogni giorno è diverso.
Se parliamo di economia della conoscenza, di fluidità delle strutture aziendali e apertura dei modelli di business -
è la retorica imperante, dentro e fuori l’Accademia, da ormai un paio di anni - poi spesso ci si confronta con la
rigidità di ruoli e posizioni “da libro”, che nel mondo reale non esistono più.
Qui non è così, anche se a volte ci vorrebbe un po’ di metodo.

Lavorare come un ingranaggio, essere un numero all’interno di un meccanismo strutturato ed efficiente; oppure
poterti esprimere - sbagliando e imparando - ma spesso senza una griglia stabile di riferimenti a cui agganciarti,
specie nei momenti di crisi/ ristrutturazione? Sono i due estremi del continuum all’interno del quale ci
muoviamo, alla ricerca di un equilibrio personale prima che professionale, che valorizzi la persona prima che
l’etichetta.

che ne pensate? Come prima esperienza lavorativa meglio la grande o la piccola azienda? Quali sono i pro e i contro
dei diversi ambienti? Usciamo dal libro e confrontiamoci con la realtà.

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Economia della “conoscenza”

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 25 Giu 2008
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Giorgio Soffiato

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Quanto valgono le conoscenze? Quanto vale la raccomandazione? Me lo sono chiesto molto spesso recentemente vedendo alcuni validi amici non trovare lavoro ed altri tutto sommato “per nulla speciali” pronti a ricoprire cariche interessanti grazie a qualche conoscenza giusta..

La raccomandazione oggi deve essere divisa in due aree:

- pura “spinta”: il classico lavoro trovato grazie a qualche amico

- connessione e segnalazione: piattaforme come linkedin e altre (mi viene in mente neurona) permettono a professionisti di connettersi e segnalarsi a vicenda posizioni “raccomandando” altri professionisti.

Mi è successo di segnalare un amico ad un responsabile marketing grazie a questo intuitivo sistema che ritengo molto interessante ma anche piuttosto penalizzante per chi non è avezzo al “self marketing”, sono quindi i meno timidi e più “sulla piazza” ad essere oggi agevolati nella ricerca di lavoro? Quanto conta il vecchio curriculum e quanto vale invece l’economia dei contatti?

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Via blogimprenditori.it

Vi riporto un interessante “post” di Luigi Ferro preso da Pmi blog.

Conviene studiare? è la paradossale domanda che si pone Irene Tinagli autrice del libro Talento da svendere.

Conviene studiare?In teoria sì, visto che la Banca d’Italia afferma che il reddito medio di un laureato è di 26.700 euro l’anno contro i 17.700 di un non laureato. Però si tratta di una media. Bisogna vedere se in realtà il sistema riesce a valorizzare questi laureati. E allora si scopre che secondo l’Istat il 21% dei laureati trova lavoro nel periodo immediatamente successivo al conseguimento del titolo (22% per i diplomati) a un anno dalla laurea si arriva al 40%. In più i dati Ocse indicano che l’Italia è l’unico paese ad avere un tasso maggiore di occupati fra i diplomati rispetto ai laureati nella fascia di età fra i 30-40 anni.

Quando poi i laureati entrano in azienda hanno retribuzioni basse, allineate, se non inferiori nel breve periodo, ai diplomati. Secondo l’Ires i neolaureati hanno salari sotto i mille euro e sotto la soglia degli 800 euro vive il 25% di chi ha una licenza elementare, il 14% dei diplomati di scuola media e il 28% dei laureati.

E dopo cosa succede? Secondo il ministero dell’Istruzione a poco più di tre anni dalla laurea quasi un terzo dei laureati che ha trovato occupazione non svolge un lavoro per il quale era richiesto quel titolo di studio. L’Isfol ha poi notato che negli ultimi anni la domanda di qualifiche specifiche da parte delle imprese è diminuita e che il 75% degli annunci di lavoro non richiedeva nessun titolo di studio specifico, il 7% in più di tre anni prima.

Conviene studiare?

Segnalo sul tema anche l’approfondimento degli amici di firstdraft

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5 consigli per non essere sfruttati

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 16 Mag 2008
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Giorgio Soffiato

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Proprio quando si pensa di aver tagliato il traguardo..la laurea..ecco che cominciano i problemi. I primi giorni non si spegne il cellulare in attesa della chiamata di Procter&Gamble, L’Oreal o Diesel, Nike o Apple. Poi si comincia a chiedersi se sia un problema della sim o cosa.. eppure gli amici chiamano.. ma le risorse umane no. La sicurezza diventa dubbio in breve tempo, il sole diventa buio pesto e l’ottimismo vacilla. Ecco allora che si rischia di divenire prede privilegiare degli shark-stage, periodi non retribuiti di sfruttamento fine a se stesso con nessuna possibilità di riconferma, poco conta la dimensione d’impresa..ecco quindi 5 piccoli consigli per strare lontani dagli sfruttatori

- 2 lire per una risorsa si pagano volentieri: diffidate da chi vi assicura denaro ma non vi paga un caffè. Tutti vi diranno che l’azienda è in una fase di scarsa liquidità / rilancio / progetto per cui ora non è possibile navigare nell’oro ma in futuro..eh in futuro… bene attenzione! Un’azienda che sostiene costi per formare una risorsa ed integrarla non vi segregherà 8 ore in sala fotocopie e lavorerà anche per il vostro futuro, pagerà anche volentieri due lire per iniziare a integrarvi.. alla larga quindi da chi vi offre lavori usa e getta e senza prospettive, lavorare sul futuro, per il futuro.

guarda dentro te stesso: questa risposta semi-ironica nasconde in realtà una grande verità.. per non essere scontenti l’unico modo è fare quello che vi piace, fate una lista di quello che volete fare e costruitevi un lavoro su misura, la mia lista diceva “non voglio lavorare 8 ore in un ufficio” + “voglio lavorare sul web” = ho aperto un’azienda :-)

lavora alla rete: l’occasione della vita può venire da quell’amico conosciuto ad un corso facoltativo che è entrato in una multinazionale ed ha bisogno di un valido aiuto..e conoscendovi vi fa saltare la fila! Non si tratta di approfittare ma di conoscere sempre qualcuno che fa al caso nostro, parlate, presentatevi, girate il paese ma rompete le scatole a tutti, i risultati arriveranno!

usate gli strumenti low cost: siti come linkedin o neurona sono vera manna per chi è in cerca di contatti e/o lavoro.. usateli! Chiedere è lecito

avete dei diritti: anche se stagisti avete dei diritti, chiedete quanto vi spetta ma soprattutto cercate di mettervi in buona luce lavorando al massimo, se però vedete che l’azienda non vi merita non esitate a comunicare che questo periodo di prova non vi soddisfa, parlate chiaro e se non c’è soluzione fate in modo di troncare quest’agonia.. non buttate via tempo! La vita è bella, ma breve

quali consigli aggiungereste?

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Università e lavoro: chi sta sbagliando?

di Giorgio Soffiato · pubblicato il 17 Gen 2008
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Giorgio Soffiato

Quanto è dura andare a lavorare? Forse molto, forse poco. “Teoricamente” gli studenti universitari dovrebbero poter aspirare a posti migliori, anche nel senso che i 1000 euro presi in fabbrica sono più faticosi da guadagnare rispetto ai 1000 presi tenendo la contabilità da qualche parte.. ma non è tutto cosi lineare.

Il ponte tibetano è a nostro avviso il simbolo di una strana realtà che oggi caratterizza il percorso che porta al lavoro: le università insegnano una cosa, le aziende ne chiedono un’altra, come spiegare altrimenti faticosi, lunghi e sottopagati periodi di stage, prove e training? E’ quindi lecito chiedersi chi sta sbagliando, e dove.

I tentativi di occupare la terra di mezzo che divide le due grandi realtà in gioco dando al ponte tibetano una base più solida sono miseramente falliti, gli esperti aziendali chiamati a prendere la parola in aula portano casi di eccellenza spesso ideati da un singolo imprenditore o da persone da tempo integrate in azienda, ben consci che un nuovo arrivato non si presenta “skillato” ma è una persona tutta da formare. Noi sappiamo qualcosa di marketing e le esperienze in questo senso ci dicono che dopo 5 anni di studio in questo campo le aziende sentono la necessità di dare ulteriore formazione al neolaureato o allo stagista. Se l’azienda è una squadra di calcio, e il laureato un nuovo calciatore, non si chiede giustamente solo di adattarsi al modulo di gioco (cioè imparare i programmi informatici usati e le practice aziendali), ma spesso si pretende anche di insegnare a giocare a calcio, convinti che ciò che si è appreso all’università sia solo una base teorica… ma la pratica è un’altra cosa. Allora noi chi chiediamo “perchè non ci insegnano la pratica?”

Secondo noi il problema sta tutto nelle tempistiche e nella gestione dei periodi di inserimento: per quanto le università si sforzino di inserire i ragazzi in azienda, gli stage brevi non stimolano le aziende a insegnare qualcosa visto che si perderà il rapporto dopo poco, quelli lunghi bloccano lo studente che impegnato in azienda non riesce a laurearsi e quindi cerca stage “comodi”. Forse il carico di questi periodi di prova non dovrebbe essere sommato agli esami ma sostituirli o integrarli ed il periodo di prova dovrebbe essere finalizzato ad un inserimento, lo start di un percorso vero. Se le università fossero più ricettive verso le aziende e queste ultime non cercassero dei fotocopiatori in fotocopia ma delle professionalità vere forse le cose cambierebbero.. stanno sbagliando tutti quindi, ma potrebbe bastare poco.. che ne dite?

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La nostra costituzione, che ha pagerank 6 ed è quindi attendibile :-) , sancisce questa interessante regoletta:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Ora, detto che non si può tirare in ballo questa carta cosi preziosa solo al bisogno, è possibile sentire in continuazione

- Tizio che ha fatto uno stage di 6 mesi a 0 (zero) euro e si vede proporre un nuovo stage di 12 mesi a 100 euro

- Caio che si sposta a Milano per un lavoro degno e riceve un rimborso spese di 300 euro (sempre in stage)

- Sempronio che va all’estero e prende 2.000 euro al mese (scatenando le ire dei detrattori della fuga di cervelli)

Tizio, Caio e Sempronio sono laureati ed hanno voglia di lavorare, io ho sempre amato la meritocrazia e creduto che il lavoro non manca e che chi ha voglia può di certo trovare una buona occupazione. Siamo però di fronte a paradossi mai visti quando valutiamo il percorso di inserimento di un neo laureato nel mondo del lavoro

- nessuna garanzia di assunzione

- richiesta di competenze che l’università non fornisce (oggettivamente all’università non si impara l’inglese)

- stage e tirocini utilizzati come tappabuchi per sostituzioni di maternità e poco altro

Signori, le aziende fanno bene. Se chi controlla la macchina statale (oggi come 7 anni fa, destra come sinistra) permette l’utilizzo della flessibilità in questa maniera è giusto che le aziende sfruttino la falla, visto che da altre parti si sentono derubate pure loro, dando vita ad uno scarica barile che si ferma sulle teste dei giovani (solo per non parlare di pensioni..). Io sono a favore della flessibilità ma la regola dovrebbe essere che più flessibilità viene richiesta e maggiore deve essere la retribuzione (vuoi che lavori per te 4 mesi? mi dai 2000 euro. Vuoi che partecipi al rischio d’impresa? Mi dai una quota del progetto), cio che a questo punto mi chiedo è: chi di dovere sta facendo del suo meglio per garantire l’articolo 4 della costituzione? (non l’articolo 686, l’articolo 4 che si suppone discretamente importante!!)

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