In ogni momento di transizione ci sono sempre degli assestamenti, dei cambiamenti da fare per evolvere verso il nuovo
stato.
Un economista parlerebbe di costi di adattamento, un biologo di “salto evolutivo”… più semplicemente si tratta di
momenti stressanti - dove sai quello che lasci (la calma rassicurante dell’aula universitaria e del lavoretto di gruppo) ma non quello che puoi trovare (le dinamiche aziendali, sul piano umano prima che tecnico-professionale).
In questo contesto, più che i 30 e lode all’esame contano molto le esperienze extra-accademiche: quelle dove, senza un manuale o un modello da seguire, hai provato a risolvere un vettore di problemi.
Sicuramente creandone altri, sbagliando nel tentativo di applicare il modello teorico alla situazione pratica e
contingente.
Per questi motivi mi vien da sorridere quando sento o leggo di “azienda” in modo indiscriminato. Di “mondo del lavoro”, o altre generalizzazioni che, in quanto tali, semplificano eccessivamente il reale.
Credo maggiormente, semplificando in modo brutale, nello sforzo di adattamento alle nuove condizioni ambientali e sociali.
Potrà sembrare banale, ma troppo spesso usciamo dall’università con aspettative preconfezionate - se non “pompate” dai professori stessi, o dal master post-laurea specialistica - che si scontrano con la durezza del reale.
Se pensiamo invece alle storie imprenditoriali - e quindi umane - di maggior successo, partono sempre da persone semplici.
Persone che, con la massima umiltà, hanno saputo imparare dalle difficoltà ambientali e - con una voglia di emancipazione
che molti di noi hanno perso, perchè non più necessaria visto il benessere economico raggiunto dalla famiglia media - pensare
a cosa potevano fare per migliorare le proprie condizioni. Soggetti attivi, silenziosi e con un progetto emergente da
portare a termine.
Senza parlare di missione o visione - fa quasi mistico - direi con un forte senso di responsabilità.
C’è ancora voglia di cambiare le cose? Oltre alla busta paga, si lavora anche per qualcos’altro che non sia l’immediata
gratificazione economica? Parlo di passione, di irrequietezza, di insoddisfazione come motore del cambiamento.
Ma anche, e soprattutto, di umiltà e understatement. Forse qui c’è del lavoro da fare.
Samuel Mazzolin per Blogstudenti
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