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Non solo bamboccioni

di Samuel Mazzolin · pubblicato il 12 Apr 2008
Archiviato in Imparare, Storie8 commenti

Samuel Mazzolin

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Ci sono tanti modi per vivere l’università, e ognuno sceglie come impostare il proprio percorso di apprendimento dentro e fuori dalle mura della Facoltà. Libero arbitrio.
Sicuramente i primi tempi sono un rodaggio necessario: passare dalla routine delle superiori al “nuovo mondo” fatto di indipendenza, aperitivi con gli amici e corsi che ti fanno sentire all’improvviso adulto richiede del tempo e genera anche un po’ stress.
Ma quando inizi a capire il tuo nuovo ambiente, ti rendi conto che le cose stanno diversamente. La cartolina mentale che ti avevano saputo vendere gli amici più grandi deve fare i conti con una realtà dei fatti molto più simile proprio a quella delle superiori, in termini di impostazione didattica – corso, esercizi ed esame in 15 lezioni. Avanti un altro.

Il passaggio al 3+2, nello sforzo di allineare il sistema universitario italiano alla matrice europea, ha comportato un appiattimento e una semplificazione eccessivi: tagli nei contenuti e necessità di restare all’interno dei binari per non allungare troppo la durata del corso di studi – vera patologia dell’italiano medio, nel vecchio ordinamento – ma anche, e questa è la cosa che fa riflettere maggiormente, un’educazione standardizzata e omologante.
Gli spazi di personalizzazione del proprio percorso accademico, nel nuovo ordinamento, sono sempre minori. Soprattutto, devono essere cercati fuori dalla routine standard – anche al prezzo di perdere (o investire?) qualche tempo nello sforzo di esplorazione libera della propria identità (chi sono? Cosa mi riesce bene?) e dei propri sogni.
Non voglio credere che tutti vogliano fare i revisori contabili, i guru del marketing o i maghi della finanza. Spesso non ci danno il tempo utile per chiederci, con uno sforzo profondo – e rischioso – di introspezione, quale sia veramente la nostra strada. E non sta sui libri, ma dentro il nostro cuore.
Le aspettative sono alte, ti laurei con il massimo dei voti e poi, ripreso dai bagordi della festa di laurea, ti rendi conto che il mondo va in modo un po’ diverso.

L’offerta di laureati supera di gran lunga la capacità di assorbimento del tessuto economico italiano; il posto fisso è morto e non sai dove mandare il cv, perché eri troppo impegnato coi lavori di gruppo per prendere quel punticino in più all’esame.
Tutto questo fa ridere. Nessuno (o pochissimi professori veramente validi) ci racconta quanto importanti siano le esperienze extra-curricolari quando ci si presenta di fronte ad un selezionatore del personale. Lo sono perché implicano uno sforzo autonomo di ricerca, fuori dagli schemi preconfezionati della professione di studente. E non parlo del binomio inglese & informatica.
Allora l’apprendimento non è più solo quello in aula: parte da una base teorica minima, che deve tuttavia arricchirsi (e verificarsi) solo con un confronto verso l’esterno. Qui si rischia.
L’Italia non è fatta solo di bamboccioni, non lo accetto. La scommessa è non laurearsi a 30 anni con un sacco di esperienze, ma nemmeno a 23 con un 110 e lode e nessuna idea sul proprio futuro.
Fare associazionismo, inventarsi un blog, scrivere per un giornale universitario, partecipare ad un progetto di web radio sono solo alcuni esempi di come gruppi motivati di giovani possono mettersi in gioco, e sbagliare quando sono ancora in tempo. Crescere a partire dai propri errori, e farsi quel tanto di anticorpi che il mondo del lavoro – quello che non ti chiede il lavoretto di gruppo, ma ti chiede soluzioni efficaci entro ieri – richiede e richiederà sempre di più sono dinamiche che mettono al centro la persona, e non l’etichetta. Dobbiamo ripartire dalle persone.
E’ finita l’epoca del laurea = posto assicurato. Anzi, per alcuni settori le professioni veramente ricercate sono quelle più classiche, anche manuali, che se gestite con intelligenza e onestà possono dare più soddisfazioni di una consulenza in McKinsey che ti tiene in ufficio fino alle 2 di notte (se va bene), raccontandoti la storia della crescita personale – a prezzo di annullare la tua persona per entrare nella ruota del criceto, e continuare a correre perché se ti fermi stai peggio. Carriera?
Non è un affresco pessimista, ma proprio un paese come l’Italia – se nominassi i vari personaggi celebri della nostra storia sarei banale – deve ritrovare una sua identità precisa a partire dalla passione e dai sogni che la nostra generazione deve rispolverare. Bisogna svegliarsi, adesso.

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8 commenti a “Non solo bamboccioni”

1admin ha detto:

Ottimo articolo Samuel, credo che la rete possa aiutare l’effetto che tu auspichi e che tutti auspichiamo, credo anche che sia giunto il momento di fare oltre che di dire, le università non si sono mai distinte per azione, si sono sempre distinte per rumore. Servono novità fattive e propositive non polemiche e lamentele. Partiamo con l’autocritica per costruire davvero qualcosa di interessante :-)

Inserito il 12 Aprile 2008 alle 14:11

2Caos ha detto:

Ci saranno troppi laureati rispetto alle richieste ma come fai a creare quell’imprenditorialità che crea una domanda futura significativa di laureati se non investi molto in formazione? L’essere sotto la media europea riduce la qualità del paese.

L’università è diventata più simile alle superiori perchè così hanno chiesto gli alunni, a cui spesso basta il foglio di carta. Aprire e esplorare nuovi mondi sembra una fatica non retribuita che quindi pochi fanno.

Inserito il 19 Aprile 2008 alle 23:50

3Samuel ha detto:

Ciao Caos,

mi piace il tuo approccio “energico” - anche se tagli il problema con l’accetta. Sono dinamiche secondo me molto complesse, dove ognuno ha la sua parte di responsabilità.

Il primo passo è inquadrare la situazione, ma forse il secondo è proprio fare ognuno la nostra parte.

Tu cosa fai oltre all’Università? Così ci conosciamo e magari salta fuori qualcosa di interessante.

Inserito il 20 Aprile 2008 alle 17:52

4Caos ha detto:

Si hai ragione, infatti non voleva essere una risposta all’intero articolo che condivido ma sul fatto che capisco che sia frustrante non veder valorizzata la propria laurea ma se non si diffondono le conoscenze nel sistema, anche con metodi “grossolani” come aumentare gli iscritti potremmo mai creare una società della conoscenza.
Poi OK sottolineare l’importanza di esperienza extracurriculari, inglese e informatica ma ci sono anche competenze comportamentali e altre trasversali che raggruppano più competenze elementari con forte interdipedenza reciproca. Nella selezione puoi fare bella figura con le esperienze ma il colloquio serve appunto per far emergere queste competenze e poter valutare la coerenza delle varie caratteristiche con cui si presenta la persona e quanto queste caratteristiche siano fit al job in cui si voleva candidare

Io studio Economia Aziendale a Ca’ Foscari e se dovessi cercare dei difetti ti direi:
* se ad esempio Harvard http://www.hbs.edu/case/ sottolinei che più dell’80% dei corsi è impiegato nello studio dei casi da noi il tempo dedicato sarà un 3%. Con questo non dico che 80% sia ottimale però. Infatti può creare risposte automatiche e a non riconoscere la complessità.
* la maggior degli studenti che non esagero il 95% del tempo lo usa per scriversi gli appunti e non so come facciano a scrivere e ascoltare la lezione
* la tendenza a imparare a memoria se c’è troppo da studiare o la materia non è tra le più facili
* La scarsa connessione della mia esperienza con cosa andrò a fare dopo e gli altri mondi esistenti.
* Alcuni professori che esagero espongono ricalcando passo passo i contenuti come sono formulati nel libro, invece di rendere la materia più intuitiva e quindi meno pesante da studiare
* Lo stato che lascia a ogni professore piena libertà al singolo professore e poi ponga pesanti vincoli all’ateneo (ad esempio il minimo di crediti per ogni area)

Comunque secondo me non si esplora perchè non si riconosce a questo processo il valore che ha, che non sta nell’assorbire cose nuove ma sopratutto nel giudizio e nel confronto. La realtà per me rimane sempre difficile da “toccare” perchè smisurata rispetto alla nostra razionalità limitata però possiamo avvicinarvici. Per risparmiare tempo delegheremmo volentieri a altri l’esplorazione.

La standardizzazione dei contenuti proposti dall’università mi pare un vantaggio

Inserito il 20 Aprile 2008 alle 20:57

5Caos ha detto:

@samuel: ci sei?

Inserito il 25 Aprile 2008 alle 20:30

6Samuel ha detto:

Eccomi Caos, certo che ci sono. Ti seguo con piacere sul blog, se ti fa piacere sentiamoci anche via mail.

Buon proseguimento a tutti,
Samuel

Inserito il 27 Aprile 2008 alle 21:44

7Caos ha detto:

Ciao avevo cercato di contattarti tramite nonsolobamboccioni+at+gmail.com

Inserito il 2 Maggio 2008 alle 22:27

8virginia ha detto:

Ragazzi quello che dice Caos è verissimo,l’università è stata appiattita dal 3+2, che invece di velocizzare un percorso di 5 anni lo ostacola inserendo una tesi intermedia che conta poco più di niente.
Ma il problema non è solo un ‘università che non ci forma come vorremmo,che non ci dà le basi per un approccio concreto al mondo del lavoro, ma sono anche le aziende, le ditte, gli uffici che fanno di tutto per inserire nell’organico contratti a progetto e a lavoro determinato! I baroni stanno anche nelle aziende, c’è la stessa mancanza di etica da parte dei datori di lavoro come da parte dei professori.
La legge Biagi invece che favorire la mobilità sociale in Italia è diventata un escamotage per pagare meno tasse sui neo-assunti e sfruttarli fino all’osso, poi finito il contratto inizia il gioco del chiodo scaccia chiodo. Ma questo usa e getta del precario cosa può portare se non una grande sfiducia per il futuro e un senso di impotenza per l’impegno non ripagato? Come nel mondo universitario , anche in quello del lavoro c’è una gerarchia ma di altro tipo: retribuzioni basse all’INIZIO,e poi promesse di buste paga più spesse col passare del tempo. Ma se le aziende non assumono a tempo indeterminato quando si arriva alla FINE?
Io ho appena iniziato la specialistica, ma avendo fatto diversi stage ed essendomi confrontata con tanti neo laureati in gamba che sono a spasso, il dubbio che ci sia qualcosa di sbagliato nel passaggio università lavoro mi è venuto, e a Voi?

Inserito il 24 Novembre 2008 alle 13:45

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