
Ci sono tanti modi per vivere l’università, e ognuno sceglie come impostare il proprio percorso di apprendimento dentro e fuori dalle mura della Facoltà. Libero arbitrio.
Sicuramente i primi tempi sono un rodaggio necessario: passare dalla routine delle superiori al “nuovo mondo” fatto di indipendenza, aperitivi con gli amici e corsi che ti fanno sentire all’improvviso adulto richiede del tempo e genera anche un po’ stress.
Ma quando inizi a capire il tuo nuovo ambiente, ti rendi conto che le cose stanno diversamente. La cartolina mentale che ti avevano saputo vendere gli amici più grandi deve fare i conti con una realtà dei fatti molto più simile proprio a quella delle superiori, in termini di impostazione didattica – corso, esercizi ed esame in 15 lezioni. Avanti un altro.
Il passaggio al 3+2, nello sforzo di allineare il sistema universitario italiano alla matrice europea, ha comportato un appiattimento e una semplificazione eccessivi: tagli nei contenuti e necessità di restare all’interno dei binari per non allungare troppo la durata del corso di studi – vera patologia dell’italiano medio, nel vecchio ordinamento – ma anche, e questa è la cosa che fa riflettere maggiormente, un’educazione standardizzata e omologante.
Gli spazi di personalizzazione del proprio percorso accademico, nel nuovo ordinamento, sono sempre minori. Soprattutto, devono essere cercati fuori dalla routine standard – anche al prezzo di perdere (o investire?) qualche tempo nello sforzo di esplorazione libera della propria identità (chi sono? Cosa mi riesce bene?) e dei propri sogni.
Non voglio credere che tutti vogliano fare i revisori contabili, i guru del marketing o i maghi della finanza. Spesso non ci danno il tempo utile per chiederci, con uno sforzo profondo – e rischioso – di introspezione, quale sia veramente la nostra strada. E non sta sui libri, ma dentro il nostro cuore.
Le aspettative sono alte, ti laurei con il massimo dei voti e poi, ripreso dai bagordi della festa di laurea, ti rendi conto che il mondo va in modo un po’ diverso.
L’offerta di laureati supera di gran lunga la capacità di assorbimento del tessuto economico italiano; il posto fisso è morto e non sai dove mandare il cv, perché eri troppo impegnato coi lavori di gruppo per prendere quel punticino in più all’esame.
Tutto questo fa ridere. Nessuno (o pochissimi professori veramente validi) ci racconta quanto importanti siano le esperienze extra-curricolari quando ci si presenta di fronte ad un selezionatore del personale. Lo sono perché implicano uno sforzo autonomo di ricerca, fuori dagli schemi preconfezionati della professione di studente. E non parlo del binomio inglese & informatica.
Allora l’apprendimento non è più solo quello in aula: parte da una base teorica minima, che deve tuttavia arricchirsi (e verificarsi) solo con un confronto verso l’esterno. Qui si rischia.
L’Italia non è fatta solo di bamboccioni, non lo accetto. La scommessa è non laurearsi a 30 anni con un sacco di esperienze, ma nemmeno a 23 con un 110 e lode e nessuna idea sul proprio futuro.
Fare associazionismo, inventarsi un blog, scrivere per un giornale universitario, partecipare ad un progetto di web radio sono solo alcuni esempi di come gruppi motivati di giovani possono mettersi in gioco, e sbagliare quando sono ancora in tempo. Crescere a partire dai propri errori, e farsi quel tanto di anticorpi che il mondo del lavoro – quello che non ti chiede il lavoretto di gruppo, ma ti chiede soluzioni efficaci entro ieri – richiede e richiederà sempre di più sono dinamiche che mettono al centro la persona, e non l’etichetta. Dobbiamo ripartire dalle persone.
E’ finita l’epoca del laurea = posto assicurato. Anzi, per alcuni settori le professioni veramente ricercate sono quelle più classiche, anche manuali, che se gestite con intelligenza e onestà possono dare più soddisfazioni di una consulenza in McKinsey che ti tiene in ufficio fino alle 2 di notte (se va bene), raccontandoti la storia della crescita personale – a prezzo di annullare la tua persona per entrare nella ruota del criceto, e continuare a correre perché se ti fermi stai peggio. Carriera?
Non è un affresco pessimista, ma proprio un paese come l’Italia – se nominassi i vari personaggi celebri della nostra storia sarei banale – deve ritrovare una sua identità precisa a partire dalla passione e dai sogni che la nostra generazione deve rispolverare. Bisogna svegliarsi, adesso.
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